Che cosa stupida
Per accompagnare la lettura di questo pezzo puoi ascoltare Rachel’s – Water from the same source (2003)
Che cosa stupida. Stamattina mi hanno svegliato i pensieri. Alle 6.20 per la precisione. Mi sono alzato per pisciare, mi sono rimesso a letto e non c’è stato più verso di dormire. All’improvviso una diapositiva chiarissima, come uno schermo a luminosità massima, invade la mia testa: è un elenco dettagliato di tutte le cose che devo fare, con tanto di priorità e date di scadenza. Tra l’altro molte scadenze sono passate da un pezzo, quindi l’ansia aumenta.
Nel gruppo delle cose che invece vorrei fare – quelle belle per intenderci, quelle che rivitalizzano lo spirito – c’è una parte di me che si diverte a scoraggiarmi con pensieri tipo: “perché registrare un altro disco? Smettila con sta cazzata della musica. Hai speso e ti sei speso anche troppo. Puoi suonare a casa, per te. Lavori tanto per guadagnare due soldini, spendili meglio di così. Perché non hai ancora prenotato il viaggio in Giappone? Lo desideri da così tanto. Vai in Giappone no?”. Dobbiamo prenotare da settimane in effetti. Da mesi, a pensarci meglio.
Siamo venuti qui in Francia, io e lei, in un paesino di montagna sperduto per riposare, staccare la spina, far ossigenare la testa, leggere, fare l’uncinetto, suonare la chitarra, perdersi, improvvisarsi chef, sentirsi più vicini a noi, soprattutto dopo aver varcato la porta di uscita dell’apparente solida struttura che ci siamo costruiti nella vita professionale e sociale. Chi siamo nella società, lo status, quel termine che forse aiuta a darci un tono ed alleviare i sensi di colpa verso la parte buona della nostra coscienza, che ci invita spesso a gran voce a fare tutt’altro, ma che abbiamo imparato benissimo ad ignorare. Purtroppo.
Alle 7:30 vincono loro, i pensieri. Mi alzo.
C’è una luce bellissima. Il caffè solubile ha un sapore strano stamattina, aggiungo dello zucchero. Ora è ok.
Faccio due cose di lavoro, raccontandomi la cazzata che è solo per poi avere la testa libera e potermi dedicare davvero alla creatività più tardi. Ci credo davvero sul momento. Poi noto che la luce si è fatta ancora più bella. Guardo fuori dalla finestra e sento un albero chiamarmi. Esco a fare una passeggiata così: con il pigiama di pelo e le scarpe da trekking, senza nemmeno essermi lavato i denti.
Che cosa stupida. Volevo camminare un po’, eppure mi fermo a 50m dalla baita, esattamente sotto quell’albero. In cuffia ho i Rachel’s, che non ascoltavo da tantissimo e non so perché mi siano venuti in mente proprio adesso, ma ne sentivo quasi il bisogno. Che botta. Inizio a pensare a tutti quelli che dicono che la natura sia il modo migliore per connettersi con se stessi, restare ancorati alla terra. In passato il mio cinismo ha sempre fatto sì che certe idee fossero decisamente lontane da me. Oggi è diverso, oggi sono diverso. Poi mi viene in mente quella bellissima canzone di Benvegnù (Cerchi nell’Acqua) che dice “camminare senza chiedersi perché” e mi invito a rimettermi in marcia.
Solo che non ci riesco, non voglio perdere quella sensazione, quella posizione: mi sento, sono qui, sono con me, a pochi metri lei sta dormendo, e penso che sia uno di quei momenti dove bisogna restare esattamente dove sì è, l’unico movimento è il respiro, anche solo per qualche istante in più. Mi commuovo, perché mi rendo conto di quanto io sia fortunato proprio lì, in mezzo a tutti quei pensieri, e di quanto sia bello essere con lei e con me allo stesso tempo. Poi penso a mamma, a papà, ad Angelique e ai miei nipoti. Stiamo tutti bene. Non ci penso mai a queste cose.
Il pianto che accompagna una felice consapevolezza è strano da spiegare
Per un attimo sento di comprendere qualcosa che si avvicina al senso della vita. Che cosa stupida, però come mi ha fatto sentire bene. Il pianto che accompagna una felice consapevolezza è strano da spiegare. Perché piangi, se il tuo è un momento di serenità, di pace? Credo sia il riscatto del dolore, dell’inevitabile tristezza a cui appartengo, del tempo che ho deciso di riempire con ingordigia per non pensarci. Deve essere qualcosa del genere. Tu sai che stai bene adesso anche se ti fa paura, e forse è quel momento lì che ti commuove, quel salto cosciente tra il bianco e nero e i colori.
L’albero è sempre lì. A lui non frega un cazzo di niente di tutto questo. O forse sì?
Che belli gli alberi. Mi torna in mente così, un passaggio del testo di una canzone che non riesco a finire di scrivere da mesi. Dice così:
Ma rimarranno in piedi gli alberi,
A ricordarci chi siamo noi
Vogliamo fregare il tempo, dimenticando tutto
Se rimarranno in piedi gli alberi,
Tu dimmi a che serviamo noi, se son quattro passi avanti e almeno cinque indietro?
Magari la finisco uno di questi giorni. Mi piacerebbe tanto.
50 metri
Ricevo un messaggio di lavoro. Qualcosa che devo fare. Sembra sempre tutto così urgente. Che cosa stupida. Rientro dai 50 metri più intensi che io abbia mai fatto e scrivo questo pensiero, aspettando che lei si svegli, per iniziare una nuova giornata insieme, preparare il caffè, scambiarci qualche carezza, darsi delle attenzioni fuori dall’ordinario, con quella voglia di condividere il fatto che sono riuscito a notare, per una volta, proprio io, la bella luce di un mattino, e tutte quelle cose che non vedo mai, in uno stato di eccitazione quasi infantile, che giunge al culmine nella consapevolezza del riconoscersi. No, non è per niente stupida questa cosa.
Sei davvero grande. Un poeta.